Perché ancora oggi non possiamo non dirci crociani

Sessant'anni fa moriva Benedetto Croce e ieri è stato ricordato a Napoli dal Capo dello Stato. Forse oggi nessuno più dell'allora gramscianissimo Giorgio Napolitano sembra fatto apposta per la circostanza. Gramsci pretese di essere l'anti-Croce. In tale prospettiva, Togliatti se ne fece divulgatore. Ma la storia rivela poi sempre più fantasia dei suoi protagonisti (avrebbe spiegato Croce). di Luigi Compagna
21 NOV 12
Ultimo aggiornamento: 07:08 | 19 AGO 20
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Sessant'anni fa moriva Benedetto Croce e ieri è stato ricordato a Napoli dal Capo dello Stato. Forse oggi nessuno più dell'allora gramscianissimo Giorgio Napolitano sembra fatto apposta per la circostanza. Gramsci pretese di essere l'anti-Croce. In tale prospettiva, Togliatti se ne fece divulgatore. Ma la storia rivela poi sempre più fantasia dei suoi protagonisti (avrebbe spiegato Croce).
Dopo la tragedia di Casamicciola, Croce visse per qualche anno a casa Spaventa a Roma. Gli si dischiuse un ambiente di deputati, professori, magistrati, giornalisti. Vi si svolgevano dispute giuridiche e politiche alle quali egli assisteva silenzioso, non senza registrare (con insofferenza) eccessi di esecrazione nei confronti di Depretis e più in generale della Sinistra.
Gli esacerbati rappresentanti della Destra che animavano le serate di casa Spaventa sembravano al giovane Croce “disinteressati e sincerissimi assertori di libertà e affatto scevri di conservatorismo utilitario”. Ma non lo convinceva, e gli pareva inutile, il continuare a “condannare come deplorevole e incivile perversione e corruttela quel trasformismo, che pure ripeteva il ritmo del connubio attuato vent’anni innanzi dal genio politico di Camillo di Cavour”. Insieme alla scoperta del Labriola e del marxismo, già in quel periodo si affacciava alla sua mente l'idea, successivamente elaborata sul terreno degli studi storici nei primi anni trenta, di una irrinunciabile “concordia discors di liberalismo e democrazia”.
Prima della guerra, senza aver ancora conosciuto Giolitti di persona, Croce nella contrapposizione fra neutralisti ed interventisti aveva serbato un profilo nitidamente “giolittiano”. Sicché, caduto nella seconda metà del giugno 1920 il governo Nitti e affidato a Giolitti l’incarico di comporre il nuovo governo, non era imprevedibile (né fu imprevisto) che Olindo Malagodi, allora direttore de “La Tribuna”, inviasse a Napoli un comune amico a pregare Croce di venire al più presto a Roma per conferire col presidente del consiglio, il quale intendeva averlo al governo come ministro della pubblica istruzione.
Fra Croce e Giolitti si passò rapidamente dal “lei” al “tu” e nacque una collaborazione nella quale lo statista avrebbe riconosciuto al filosofo “molto buon senso” e questi se ne sarebbe molto compiaciuto. Per Croce si trattò forse, come egli stesso ebbe a dire dopo qualche mese, rievocando la sua esperienza di ministro, del “maggior sacrificio fatto per adempimento di dovere. Lo faccio, perché penso che tanta gente è stata chiamata per farsi ammazzare e dunque io devo prestare una sorta di servizio militare e non lamentarmi”. Tanto più, aggiungeva Croce, che nei confronti di Giolitti “mi sentivo, nel rispetto, piccolo piccolo”, tanto che “considerando me stesso come entrato incidentalmente e transitoriamente nell’operosità politica, che non mi apparteneva, non pensai neppure a farmi suo discepolo, in vista dell’avvenire”.
Qualche anno dopo, della crociana Storia d’Italia dal 1871 al 1915, della quale si continua a ripetere che maggior protagonista fosse in realtà l’“uomo di Dronero”, questi ebbe a dire di avervi trovato materia per apprendere. E Croce interpretò il suo apprezzamento nel senso che il vecchio uomo di Stato avrebbe appreso non da lui, uti singulus, bensì “dalla virtù della storiografia il significato dell’opera, che egli, come il poeta la poesia, aveva eseguito nel fatto, senza, nel travaglio del fare, potersi mettere sopra a essa e guardarla nello sfondo della verità storica”.
La storia come pensiero e come azione fu sempre per Croce distinzione irrinunciabile. Il suo liberalismo fu per tanti aspetti più storiografico che filosofico, come sostiene Giuseppe Galasso (Croce e lo spirito del suo tempo, Bari, 2002). Aggrappato al suo Vico, fu egualmente voce squillante (non meno di Orwell, di Talmon, della Arendt) dell'antitotalitarismo del secondo dopoguerra.
La sua intransigenza contro i nuovi dispotismi, dentro e fuori le frontiere della patria, lo avrebbe portato ad attenuare certi motivi della sua antica insofferenza allo "spirito democratico" concepito come spirito astratto, utopistico, livellatore, come negazione dello storicismo liberale che è varietà, molteplicità, dissoluzione continua del mito. Ma tenne sempre ferma anche la distinzione fra liberalismo e liberismo: quasi ad evitare, anche in polemica col suo grande e nobile amico Luigi Einaudi, che nelle critiche ad un certo sistema economico fossero coinvolti i principi eterni di quella concezione liberale della vita, che si riannodava in lui alla stessa intuizione cristiana. "Una storia informata al pensiero liberale - si era letto a conclusione della Storia d'Europa nel secolo XIX - non può, neppure nel suo corollario pratico e morale, implicare la ripulsa e la condanna assoluta dei diversamente senzienti e pensanti".
Un anti Gramsci Croce non volle mai essere. Preferì essere soltanto un liberale: come quel degnissimo avvocato liberale, papà di Giorgio Napolitano, in una Napoli civilissima.
di Luigi Compagna